Città rigogliosa e potente, famosa per la molteplicità delle arti, abbracciata dal corso sinuoso del Po, nutrita da un territorio fecondo, circondata dalla distesa dei prati, bellissima, con le sue torri e i palazzi ornati: così, invitante, serena,  Ferrara si mostrava nel settembre del 1429 al colto umanista Guarino veronese. Così egli la vide, o meglio così la celebrò in un elogio magniloquente che ne esaltava l’armonia dell’ aspetto, la fertilità delle campagne.

Pianta di Ferrara del BolzoniNei primi trenta anni del Quattrocento lo spettacolo che la città offriva ai visitatori era forse meno esaltante di quello descritto dall’umanista veronese. Si trattava di un nucleo urbano di media grandezza per l’Italia di allora, sorto e cresciuto in età medievale, fra VII e VIII secolo, come castrum e successiva sede episcopale, in ragione della militarizzazione della Padania da parte dei Bizantini a seguito della crescente minaccia dei Longobardi e anche di una forte ripresa dei fenomeni di alluvionamento, che aveva stimolato una nuova dinamica insediativa. Esso si era sviluppato in senso longitudinale, adagiandosi lungo l’asse del Po. Eventi naturali modificarono il corso principale del fiume, senza che per questo venisse a mutare il disporsi dell’accrescimento urbano secondo linee allungate che dalle attuali vie XX Settembre e Mayr si allargavano fino ad arrivare agli odierni viale Cavour e corso Giovecca.

Difeso dalle mura, colmato a poco a poco al loro interno dal graduale espandersi degli edifici privati, delle chiese, dei conventi, a partire dal 1385 ebbe il suo principale baluardo difensivo nell’imponente castello costruito a poche decine di passi dalla cattedrale, dalla piazza cittadina più importante, dal Palazzo della Ragione, sede del podestà e del tribunale, e collegato alla residenza signorile, prima di diventare esso stesso dimora degli Estensi.  Il paesaggio che circondava Ferrara era assai poco ameno, se si presta attenzione ad alcune testimonianze narrative e documentarie: un territorio di acque e di paludi, di canneti che formavano un groviglio inestricabile, di campagne difficili da lavorare, con terreni umidi e pesanti, che diventavano fertili solo dopo spossanti opere di canalizzazione e di drenaggio. D’inverno la città e i suoi dintorni appaiono come annegati nel fango e nei rivi liquidi che corrono ovunque, mentre foschie e nebbie saldano insieme quel mondo dai contorni indefiniti. D’estate le esalazioni dei vapori sugli stagni, altrove  l’arsura delle terre spaccate dal sole, il calore della pianura senza refrigerio,  rendono l’ambiente inospitale e affocato.

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