Quando ancora i fenomeni signorili incontravano la resistenza di tradizioni comunali forti, a Ferrara gli Este si erano già affermati e le istituzioni si stavano piegando alla volontà signorile, mentre gli interessi clientelari e le fedeltà personali prevalevano nei gruppi dirigenti e nelle stesse magistrature cittadine. Solo qualche disavventura dinastica in alcune occasioni rese vacillante un sistema di potere che si perpetuò nei secoli, divenuto forte anche per la concessione del vicariato imperiale su Ferrara e Rovigo, ottenuto nel 1324, e di quello apostolico, solo su Ferrara, seguito nel 1329.

Gli Este vantavano un immenso patrimonio fondiario, organizzato in aziende affidate a un “castaldo”, ma anche concesse in uso, a livello oppure in feudo.

Grandi_Casate_Italiane_nel_1499

Lo stato eterogeneo sottoposto al dominio della famiglia d’Este, che andava dalla Bassa padana alle pendici dell’Appennino tosco-emiliano, era venuto componendosi nel tempo, sulla base di conquiste territoriali durature, acquisizioni temporanee, perdite, cessioni,  lungo direttrici politiche che, sinteticamente, si potrebbero individuare in quelle verso Modena, Reggio, il Frignano, la Romagna e la Garfagnana, oltre al Polesine di Rovigo, patrimonio della dinastia fin dal XIII secolo, ma territorio lungamente conteso da Venezia. Fra gli ultimi anni del Trecento e l’ultimo ventennio del Quattrocento, con la guerra contro la Serenissima a fare da spartiacque, l’estensione dello stato estense era quasi raddoppiata rispetto al nucleo iniziale costituito da Ferrara e dal suo contado. Modena era stata aggiunta nel 1336, Reggio nel 1409, la Romagna estense (Lugo, Bagnacavallo, Sant’Agata, Conselice, Massalombarda e Fusignano ) fra il 1437 e il 1445, parte della Garfagnana fra il 1430 e il 1451.

La politica di ampliamento dei confini non si era svolta solo all’insegna  delle campagne militari, difficilmente sostenibili per un governo e uno stato dalla forza limitata. Ma si era avvalsa di un uso accorto delle relazioni con poteri superiori, riuscendo a districarsi con una certa abilità e una discreta dose di fortuna negli impegnativi giochi di equilibrio delle alleanze e degli schieramenti. Uno strumento di indubbio valore nelle mani della famiglia era inoltre costituito dalla rete di legami matrimoniali intrecciata già dalla metà del Trecento, che la collegava ad alcune delle maggiori dinastie emiliane, venete e romagnole, come i Pepoli, i da Camino, i della Scala e i da Polenta, i Malatesta.

Ferrara medievale

Città rigogliosa e potente, famosa per la molteplicità delle arti, abbracciata dal corso sinuoso del Po, nutrita da un territorio fecondo, circondata dalla distesa dei prati, bellissima, con le sue torri e i palazzi ornati: così, invitante, serena,  Ferrara si mostrava nel settembre del 1429 al colto umanista Guarino veronese. Così egli la vide, o meglio così la celebrò in un elogio magniloquente che ne esaltava l’armonia dell’ aspetto, la fertilità delle campagne.

Pianta di Ferrara del BolzoniNei primi trenta anni del Quattrocento lo spettacolo che la città offriva ai visitatori era forse meno esaltante di quello descritto dall’umanista veronese. Si trattava di un nucleo urbano di media grandezza per l’Italia di allora, sorto e cresciuto in età medievale, fra VII e VIII secolo, come castrum e successiva sede episcopale, in ragione della militarizzazione della Padania da parte dei Bizantini a seguito della crescente minaccia dei Longobardi e anche di una forte ripresa dei fenomeni di alluvionamento, che aveva stimolato una nuova dinamica insediativa. Esso si era sviluppato in senso longitudinale, adagiandosi lungo l’asse del Po. Eventi naturali modificarono il corso principale del fiume, senza che per questo venisse a mutare il disporsi dell’accrescimento urbano secondo linee allungate che dalle attuali vie XX Settembre e Mayr si allargavano fino ad arrivare agli odierni viale Cavour e corso Giovecca.

Difeso dalle mura, colmato a poco a poco al loro interno dal graduale espandersi degli edifici privati, delle chiese, dei conventi, a partire dal 1385 ebbe il suo principale baluardo difensivo nell’imponente castello costruito a poche decine di passi dalla cattedrale, dalla piazza cittadina più importante, dal Palazzo della Ragione, sede del podestà e del tribunale, e collegato alla residenza signorile, prima di diventare esso stesso dimora degli Estensi.  Il paesaggio che circondava Ferrara era assai poco ameno, se si presta attenzione ad alcune testimonianze narrative e documentarie: un territorio di acque e di paludi, di canneti che formavano un groviglio inestricabile, di campagne difficili da lavorare, con terreni umidi e pesanti, che diventavano fertili solo dopo spossanti opere di canalizzazione e di drenaggio. D’inverno la città e i suoi dintorni appaiono come annegati nel fango e nei rivi liquidi che corrono ovunque, mentre foschie e nebbie saldano insieme quel mondo dai contorni indefiniti. D’estate le esalazioni dei vapori sugli stagni, altrove  l’arsura delle terre spaccate dal sole, il calore della pianura senza refrigerio,  rendono l’ambiente inospitale e affocato.

Tradimenti, infedeltà, uccisioni

Nell’Italia delle corti i racconti di vicende di infedeltà culminate con l’uccisione degli amanti come vendetta del marito tradito sono numerosi e per certi versi inquietanti.

L’episodio più famoso, reso immortale dai versi di Dante Alighieri, che sono una celebrazione dell’amore e un canto straziante della perdita, resta quello dell’incontro tra Francesca da Polenta, moglie di Gianciotto Malatesta, e il cognato Paolo. Ma se questo ha ispirato in modo sublime la vena di un poeta, altri ve ne sono il cui ricordo non si è prolungato nel tempo, di cui anzi nel tempo la notizia ha visto sfumare i contorni, perdere di definitezza.

Francesco I Gonzaga, signore di Mantova, per esempio, nel 1391 aveva fatto condannare alla decapitazione la moglie Agnese, figlia di Bernabò Visconti, dopo aver avuto prove certe della sua infedeltà, ma queste certezze, se mai vi furono, si sono perdute con il trascorrere degli anni; e per rimanere alla corte dei Gonzaga, quasi un secolo dopo, nel 1483, fu una Malatesta, Antonia, figlia naturale di Sigismondo, a rimanere vittima di una esecuzione frettolosa da parte del marito Rodolfo Gonzaga; mentre a Milano Filippo Maria Visconti fece celebrare nei confronti della moglie Beatrice di Tenda nel 1418 un processo per adulterio conclusosi con la decapitazione dei presunti colpevoli. La stessa accusa di infedeltà condusse alla morte Rengarda Alidosi, moglie di Andrea Malatesta e la figlia di quest’ultimo, Parisina, sposa di Nicolò III d’Este.

Sarebbe da chiedersi se, accanto alle ragioni di passione, fedeltà tradite, vendette, non ve ne siano altre che parlano di espedienti, modi disinvolti e facili per sbarazzarsi di una moglie divenuta all’improvviso ingombrante, perché sbarra la strada a un’amante più gradita o perché rappresenta una famiglia e un’alleanza ormai scomode o perché si mira più in alto là dove prima non si pensava di poter salire e dove ora il solo ostacolo è rappresentato dalla presenza di una moglie viva. L’infamia dell’accusa di adulterio basta da sola a perdere la vita di una donna, a isolarla dagli altri, a renderla invisa alla stessa famiglia d’origine, a esporla alle offese e alle ritorsioni di ogni genere.

Colpevole o innocente, ella non ha diritto alla difesa, inerme nelle mani di un marito, di un padre, di un fratello.

Pochi personaggi femminili, forse, si sono prestati al pari di Parisina d’Este a ricostruzioni di fantasia, letture soggettive, analisi psicologiche, manipolazioni letterarie degli accadimenti che l’hanno avuta come protagonista,  lussureggianti messe in scena che contrastano  con il vuoto desolante delle notizie archivistiche.

Nicolò III d'EsteOgni elemento della sua vita si prestava all’elaborazione di una tragedia da romanzo. Una nascita segnata dall’infelicità, l’infanzia vuota di affetti, il matrimonio con il potente signore di Ferrara, Nicolò III d’Este,  di cui erano noti la vita libertina e i numerosi figli illegittimi, la solitudine e l’improvviso incontro d’amore con Ugo, il giovane figlio del marito, la scoperta della relazione, la punizione feroce dei due amanti, hanno costruito un quadro di grande notorietà nel suo insieme, divulgato a livelli diversi, giunto fino a noi persino in una trasmissione orale che perpetua i caratteri più suggestivi della storia divenuta leggenda.

Tutto quello che ci è stato trasmesso su di lei è in qualche modo frutto di un’elaborazione narrativa, dalle testimonianze più veritiere, quelle delle cronache contemporanee, alle storie, ai romanzi, alle novelle, ai drammi, ai libretti  d’opera.

Nessuna fonte documentaria è rimasta a sostegno di interpretazioni sottoposte, per loro natura, a una forte carica di soggettività. Inoltre, le vicende stesse, se vere o false poco importa, si prestavano ad accendere bagliori di romanticismo, ad alimentare la fantasia, ad immaginare anche oltre il dovuto, a immobilizzare il divenire storico nell’attimo della passione amorosa, del conseguente adulterio, della scoperta dei due amanti e della punizione estrema.

Una ricostruzione ridondante di effetti, modulata secondo uno stereotipo che si ripete, al punto da offuscare la realtà, da far temere persino, nei momenti di maggiore incredulità, che tutto questo sia avvenuto davvero. Verità e leggenda intrecciate insieme, ormai divenute inscindibili, rimandano l’immagine di Parisina in un caleidoscopio di istantanee, bagliori inafferabili nella loro essenza, frammenti di uno specchio spezzato che non riusciamo a ricomporre.